La testa nel cassonetto 

Generalmente li incontro nelle mie passeggiate per Torino, al mattino, e c’è stato un momento in cui ho pensato di fotografarli.

Poi non l’ho fatto e mi sono vergognato per averlo anche solo pensato.

Parlo delle persone che vedo chine a rovistare nei cassonetti della spazzatura, con la testa all’interno, crude immagini di corpi mozzati, a testimoniare una crisi sociale e di degrado, fino a pochi anni fa inimmaginabile.

Dove non esiste ancora la raccolta differenziata i cassonetti della monnezza possono contenere qualsiasi cosa, dal cibo ad abiti ad oggetti per la casa.

Spesso al mattino, i negozi gettano cibi ancora buoni ma invendibili, per far posto alla merce fresca, nuova, dall’immagine accattivante.

Così entrano in scena loro, i nuovi poveri, da soli, molto più spesso in coppia per aiutarsi a vicenda, tirano su un cavolfiore appassito, delle mele ancora buone, dei peperoni, dell’insalata.

Ma quei volti nei quali i nostri occhi vengono catturati quando li vediamo risalire con quei piccoli tesori, mostrano una dignità che ci sorprende, perché non sono i volti classici dei poveri disadattati, dei barboni, dei vagabondi o dei tossici.

Hanno spesso il volto rasato, pulito, abiti datati ma lavati e stirati.

E questo che mi lascia attonito e sempre più spesso angosciato, inizio a chiedermi che storie possano esserci dietro le loro vite, che esperienze racconterebbero quelle mani curate e con le unghie tagliate, se un domani lì dentro potrei vedere qualcuno che conosco, qualcuno il cui destino è andato a puttane all’improvviso, la cui vita si è disintegrata dopo aver tanto lavorato.

Sono nostri connazionali, senza ombra di dubbio, cittadini finiti nel limbo di un’informazione che privilegia le storie di povertà che provengono dall’altra sponda del mare.

Storie che richiamano aiuti, alloggi, vitto e persino soldi per le sigarette.

E tanti tanti sporchi interessi criminali su cui lucrare.

E rimango attonito e muto a guardarli, senza fare nulla, ma con la rabbia repressa riprendo la mia camminata sotto i portici, le mani in tasca, il cuore sotto le scarpe.

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Indignati cronici

In un Paese normale, l’indignazione popolare sgretolerebbe i governi, annienterebbe i dirigenti, porrebbe fine alle carriere politiche.

Invece no, da noi l’indignazione è sistemica, fa parte ormai anch’essa delle regole del gioco, è un sentimento divenuto obsoleto e totalmente inutile.

Roma è in mano alla mafia ed al malgoverno? Si rimpasta l’amministrazione.

Il trasporto pubblico è peggiore di quello dello Zimbabwe nonostante costi quanto quello di New York e loro cosa fanno?

Sanzionano e forse licenzieranno l’autista che ha avuto il coraggio e l’ardire di spiegare con un video, le vere ragioni dei disservizi e le responsabilità della dirigenza e del management. 

Salvano dall’arresto il compagno di merende Azzolini, quello del “qui comando io sennò vi piscio in bocca” ed il premier Frottolo giustifica l’azione vergognosa del suo partito, il PD, con un fumus che allo stato delle cose è evidente che alberghi solo nel suo piccolo cervello necrotico.

Ma la cosa più grave di tutte, è la divulgazione a getto continuo, con la complicità dei mass media, di notizie false e positivamente rassicuranti, riguardo lo stato dell’economia ed del lavoro nel Paese.

La vicenda Italcementi è l’ultimo grave segnale di quanto avviene.

Venduta ai tedeschi dell’Heidelberg, ha fatto la fortuna di chi ha comprato in borsa il titolo, schizzato in un giorno solo del 57%. 

E l’Italia perde un altro pezzo di made in Italy, in un settore, quello della produzione di cemento e laterizi, nel quale eravamo quinti al mondo, prima dei cinesi.

E la disoccupazione cresce, il Pil in sei anni ha perso il 10 % nonostante lo stato sociale sia stato smantellato da pseudo-riforme scellerate e nonostante ogni giorno questi fanfa-soloni ci raccontino la favoletta per farci star tranquilli.

E noi, poveri illusi continuiamo ad indignarci per i tagli della spending review, per i tagli alla scuola, alla sanità, alle pensioni, crediamo che basti condividere sulle nostre bacheche per far si che che il sistema corregga le sue iniquità e le sue ingiustizie.

Fate un rapido conto di quante cose assurde e puntualmente denunciate da l’indignazione popolare, siano state corrette, poi magari comunicatemelo, io non ne ricordo e potrei stilare una lista della spesa lunga un metro.

Concludo questo lungo post, con un pensierino sul debito pubblico, oggi a 2255 miliardi di €uro.

Quando era a 2000, ci dissero che occorreva cambiare le pensioni, cambiare le leggi sul lavoro, rilanciare l’economia per far crescere il Pil, mettere nuove tasse sui risparmi, sulla casa, sui servizi, combattere l’evasione fiscale per ridurre il debito pubblico, lo chiedeva l’Europa. 

Adesso che, nonostante tutto il debito cresce di quasi 100 miliardi l’anno, nessuno più ne parla.

Ma prima o poi qualcuno passerà all’incasso e allora sarà l’apocalisse.

Un Paese ormai di vecchi, nel quale le proiezioni sulla popolazione prevedono che tra vent’anni vi sarà il 50% di ultra sessantacinquenni, chi reggerà il peso economico necessario a far funzionare il sistema?

Forse ce lo spiegherà Lady Like o un tweet di Renzie..

Buona vita a tutti

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Un mondo di umanità

Penso ai milioni di iscritti a Faccialibro che ogni istante, ogni ora, ogni giorno, riversano sui propri profili, vagonate di buoni sentimenti, amore, rispetto, gentilezza, indignazione per le ingiustizie.
Si direbbe lo specchio di una società dove l’esercito dei buoni, dei gentili, dei giusti, combatte una guerra impari contro pochi ma agguerriti cattivi.
Un mondo di buoni sentimenti, forse solo virtuale, forse solo finto, forse solo un altro mondo.
Mi ritrovo a fare questi pensieri leggendo quanto accaduto qualche giorno fa ad un giovane ragazzo di Cuneo, ipovedente.
Accompagna un’amica a casa con un bus urbano e decide di non portarsi il suo cane guida.
Ma sbaglia i conti con gli orari dei bus e si ritrova, praticamente di notte, solo, distante da casa senza sapere come farvi ritorno.
Cerca di fermare qualche automobilista, chiedere un passaggio, ha anche una faccia da bravo ragazzo, ma nessuno si ferma.
Passa il tempo, la paura e la disperazione aumentano.
Le auto gli sfrecciano vicino senza rallentare.
Come estremo tentativo tira fuori il tesserino dell’ASL sperando che qualcuno capisca che è solo un ragazzo bisognoso di aiuto.
Ma nulla, in oltre un’ora, un migliaio di auto, con a bordo migliaia di persone, passano davanti al ragazzo senza fermarsi.
Ad un certo punto, forse la rabbia, forse lo sconforto, il ragazzo si butta in mezzo alla strada, forse così non potranno far finta di non vederlo.
Ma le macchine continuano a non fermarsi, cercano di schivarlo come fosse un bidone caduto da un camion.
Molti rischiano di investirlo.
Qualcuno chiama il 113, correte c’è un aspirante suicida a Borgo Gesso.
Arriva una pattuglia, capiscono al volo la situazione, l’umanità ritrova un volto nei due agenti poliziotti che, facendo uno strappo al regolamento, prendono a bordo il ragazzo e lo accompagnano a casa.
Qualcuno si chiederà cosa c’entra Faccialibro con questa storia.
Forse nulla o forse tutto, chiediamoci solo se nella vita reale di tutti i giorni, siamo veramente come cerchiamo di apparire nei nostri profili virtuali.
O se invece facciamo tutti parte di una grande finzione.

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Hobby pericolosi

Almeno quattro volte l’anno rispondo alla domanda “svolge attività o hobby pericolosi?” con l’affermazione: “si, ho l’abitudine di passeggiare per Cuneo e spesso devo attraversare la strada sulle strisce pedonali”.

Non ridete, non sto scherzando, davvero.

La domanda fa parte di un questionario che i donatori abituali di sangue compilano prima del prelievo, ma la mia risposta non è, come può sembrare, fuori luogo o ironica, men che meno vuol essere polemica.

Si basa su un dato di fatto, Cuneo è la città d’Italia con il più alto numero di persone investite ogni anno sulle strisce pedonali.

Non scherzo, ed i cuneesi sanno che dico il vero.

Tre anni fa, raccontavo in questo post, un quasi investimento addirittura da parte dell’auto dei vigili urbani.

Sul bordo della strada, vicino alle strisce pedonali,  si notano persone in attesa che il flusso veloce, a volte velocissimo, delle auto, si interrompa per poter attraversare.

Attendono pazienti anche dei minuti, pur di attraversare in sicurezza.

Perchè gli automobilisti nostrani, quando vedono un pedone sulle strisce, invece di rallentare e fermarsi come buona norma e come previsto dal Codice della Strada, accellerano, spesso cambiando corsia di marcia, pur di non veder rallentata la propria corsa da quell’ostacolo umano che ha osato frapporsi tra loro e la strada.

Questa mattina, durante la mia lunga passeggiata per la città, ben tre volte ho rischiato la vita.

Ma forse è colpa mia, non attendo che non vi siano più auto all’orizzonte per attraversare, ostinatamente cerco di esercitare un diritto che prima o poi mi vedrà soccombere nel momento in cui non avrò più i riflessi pronti come ora per fare balzi indietro o saltelli laterali.

Eppure, e qui mi rivolgo al Sindaco, una soluzione al problema può essere  messa in atto, se solo si volesse.

Caro Federico, con tutta l’amicizia e la stima che ci lega, ti prego, te lo chiedo per favore, fai qualcosa, crea un piccolo distaccamento di vigili urbani che anzichè multare le auto per divieto di sosta, si appostino in C.so IV Novembre, in C.so Monviso, in C.so Francia, e riprendano e poi multino in modo salatissimo, quegli automobilisti che attentano alla vita dei poveri pedoni, la cui unica colpa è quella di aver bisogno di attraversare la strada, sulle zebre pedonali.

Vedrai che quando la gente viene toccata nel portafoglio, tende ad imparare la lezione, ad autoeducarsi, la sottrazione di denaro è l’unica cura e deterrente efficace.

Le casse del Comune ne trarrebbero un beneficio e la Città si sgraverebbe di questo triste e poco edificante primato.

E tutti vivremmo meglio.

 

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Quando i burocrati chiedono aiuto

Tempo fa trovo una multa sul parabrezza della mia auto e decido di pagarla immediatamente con il mio Iphone, utilizzando il codice QR in calce alla ricevuta.

Appena immessi i dati della carta di credito, la pagina che avrebbe dovuto confermarmi l’avvenuto pagamento va in crash, visualizzando solo un riga di errore.

Credo, purtroppo erroneamente, che il pagamento non sia andato a buon fine, così appena giunto a casa, ripeto la procedura con il Pc e concludo l’operazione.

Tempo dopo però, mi giunge l’estratto conto della carta di credito e noto il doppio addebito di quella multa.

Chiamo il comando dei vigili, racconto l’accaduto e chiedo come fare per avere il rimborso, pensando ingenuamente che loro, come li hanno presi, potessero immediatamente restituirli, stornandoli dalla stessa carta di credito.

Guardi, mi dice la persona al telefono, scriva una bella raccomandata raccontando per filo e per segno l’accaduto, alleghi le immagini della pagina internet, noi la inoltreremo all’ufficio contenziosi, che la girerà all’ufficio amministrativo che quando avrà il benestare dell’ufficio ragioneria, dopo i dovuti riscontri tecnici, la contatteremo per il rimborso.

I tempi? chiedo

Guardi, per questo tipo di cose siamo sull’annetto.  Continua a leggere

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Il piccolo profugo

Ha solo quattro anni e trascina una borsa di plastica con all’interno chissa cosa.
Nel deserto siriano, sotto un sole cocente.
Un bambino senza i genitori, come i tanti bambini siriani testimoni di un’apocalisse terribile, una guerra scatenata dai cosiddetti “esseri umani”, dove a morire e soffrire sono bambini, donne, anziani, innocenti senza colpa alcuna.
Una guerra sulla quale si sono spenti i riflettori dei mass-media e della quale nessuno parla più.
Addosso ha un giubbino bianco.
Dietro, il nulla.
Davanti gli si parano quattro operatori dell’Onu, una si avvicina, gli chiede da dove arriva, come si chiama.
Il suo nome è Marwan e viene dall’inferno della Siria.
È rimasto separato dalla sua famiglia mentre insieme fuggivano dalla guerra civile.
Ha continuato a camminare da solo, nel deserto e, per fortuna, lungo il percorso è stato trovato da questi operatori Onu.
Grazie a loro si è salvato ed ha ritrovato i propri genitori.

marwan

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Da un’emergenza all’altra

Siamo un Paese in emergenza continua.
Non si fa in tempo ad accantonarne una che già un’altra si affaccia alla ribalta.
Le notizie che arrivano dalla Sardegna rievocano le tragedie della Liguria, della Toscana, del Piemonte, del Veneto, della Campania e della Calabria. Le morti, le città alluvionate con l’acqua ai tetti, quei paesaggi devastati dal vento e dall’acqua.
Notizie ed immagini che si sovrappongono a quelle di un paese bloccato dalla scissione tra falchi e lealisti, dove non si riescono a far applicare nemmeno le sentenze passate in giudicato.
Dove il Parlamento ed i partiti della maggioranza si perdono in discussioni su un ministro che “dovrebbe valutare se rassegnare le sue dimissioni”.

C’è poi sempre un’ emergenza: c’è l’emergenza occupazionale, l’emergenza debito, l’emergenza crescita, l’emergenza giustizia, l’emergenza emigrazione.
Ma l’emergenza del territorio, tra alluvioni, frane e terremoti, dura da decenni senza che si veda mai un’iniziativa concreta per minimizzare i pericoli.
Viviamo in un paese dove si è costruito senza rispettare le norme di sicurezza, dove non si è mai fatta prevenzione e dove non ci si è mai preoccupati a sufficienza della messa in sicurezza del territorio.

Le scene che arrivano da Olbia le abbiamo purtroppo già viste ed ogni volta c’è qualcuno che minimizza dicendo che è piovuto tanto e in modo concentrato.
Un evento eccezionale.
Ogni tanto però la natura ci ricorda quanto siamo italiani noi italiani.
Capaci di creare le emergenze ma non di risolverle.
Piangiamo, poi, lacrime di coccodrillo per le morti.
Fino alla prossima tragedia.
E continueremo a condonare, cementificare, costruire senza rispetto delle regole, senza mai applicare le norme e le leggi.

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La storia del bambino che voleva diventare Batman

Ma che notizia commovente.
Negli Stati Uniti c’è un bellissimo bambino, dagli occhi di un azzurro profondo come il mare, che aveva un sogno da realizzare.
Ma c’è un brutto male di mezzo, la leucemia.
Miles, questo è il suo nome, voleva vestire i panni del suo supereroe preferito, Batman. Così più di settemila persone, fra volontari, vigili e poliziotti, insieme alla fondazione Make a wish, hanno fatto diventare realtà il suo sogno.
Miles è diventato Batkid e, con Batman al suo fianco, ha salvato la città di San Francisco ed ha anche ricevuto gli auguri dal Presidente Obama. Grazie a Dio, il piccolo sta cominciando a star meglio dopo aver fatto della chemioterapia.

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Ero pessimista?

Un anno fa scrivevo questo post sulla riforma Fornero e sull’accorpamemto dell’INPDAP e dei suoi debiti, nell’INPS.
Siccome rischiavo di passare per pessimista cronico ho preferito non insistere sull’argomento.
Oggi quel buon uomo di Mastropasqua, presidente dell’INPS, annuncia un buco di bilancio di ben 10 miliardi e paventa il rischio concreto, per il futuro prossimo, di un probabile default per mancanza di fondi.
Ma come?
Un anno fa avallava l’assorbimento dell’INPDAP e del suo mostruoso deficit da 13 miliardi causato dall’evasione dei contributi previdenziali proprio dalla Stato, nella sua veste di datore di lavoro, affermando che non ci sarebbero stati problemi per le pensioni ed ora si smentisce?
Eppure da uno che percepisce una retribuzione da 1,5 milioni di €uro, ci si aspetterebbe altro, magari un po’ di competenza, ma sappiamo tutti quanto valga in questo Paese il principio di Peter sulle carriere, quindi non ci stupiamo.
E siccome è matematico che a breve assisteremo ad un terremoto previdenziale spaventoso, l’INPS continua a pagare la Cassa Integrazione (istituto assistenziale) con i soldi dei contributi previdenziali di chi ancora lavora, le pensioni ai falsi invalidi, (i ricorsi ai tribunali da parte di coloro che sono stati scoperti, hanno avuto successo nel 90% dei casi), pensioni d’oro fino a 90.000€ al mese, determinate con l’avvallo di leggi ad hoc e politici compiacenti, pensioni baby, vitalizi mostruosi ed altre regalie vergognose.
E quelli che hanno lavorato onestamente per una vita e nonostante la Fornero, nutrono ancora una piccola speranza di poter godere un giorno del meritato riposo e della sudata pensione?
Si rassegnino, ciò che verrà loro elargito, sempre che questo avvenga tra qualche anno, non basterà neppure a pagare l’iscrizione al Dopolavoro e una zuppetta di latte alla sera.
Auguri a tutti

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Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo .