Auschwitz l’antidoto è il silenzio” (Elena Loewenthal)

Una palestra di Dubai che, per rendere convincente la promessa di addio alle calorie, usa per la sua campagna pubblicitaria una gigantografia dell’ingresso di Auschwitz. Degli ultraortodossi indignati con il governo israeliano e dei loro concittadini indignati vuoi con la polizia vuoi con gli avversari politici, che si battono a suon di stelle gialle appuntate sul petto ed esclamazioni «nazista!» elargite un po’ qua e un po’ là. Stelle gialle, ancora, usate da islamici di Svizzera per protestare contro la discriminazione. Per non parlare di chi con queste armi va nella direzione opposta: rimpiangere quei tempi e auspicarne il ritorno. E non sono pochi.

Il giorno della memoria cade in un anniversario tanto feroce quanto ambiguo: il 27 gennaio, infatti, Auschwitz fu liberata. Quelle porte si aprirono. Sarebbe, teoricamente, un momento festoso: la fine di un incubo, di un inferno bruciato per anni dentro l’Europa. In realtà, è un giorno di sgomento, di occhi sbarrati di fronte a quell’assurdità: come è potuto succedere? Le porte aperte di Auschwitz furono sì, liberazione. Ma furono anche e soprattutto svelamento di una ferocia quale non s’era mai vista. E, come diceva Primo Levi (ma perché, invece di cercare sempre qualcosa di «nuovo» da dire, non si legge una sua pagina? Una soltanto, e basterebbe), il fatto che sia già successo non ci vaccina, anzi, moltiplica le probabilità che accada di nuovo.

Quasi a farlo apposta, intorno al giorno della memoria i suoi simboli spuntano a destra e a manca come funghi velenosi. Si moltiplicano in sequenza incontrollata, come per dare un calcio alla memoria. L’uso trasversale di questi riferimenti, che accomuna partiti diversi, etnie disparate, posizioni ideologiche e vissuti enormemente distanti fra loro, è la prova inequivocabile che essi si sono svuotati. Che hanno perso il loro senso. L’unico che avevano: risvegliare la memoria. Fare andare, con la mente e con il cuore, a quel laggiù da cui ci separa una distanza di anni esigua – per quanto sempre più grande – ma soprattutto l’abisso di un intero universo. Quei simboli, infatti, servivano a farci intuire che quel passato non saremo mai in grado di capirlo. Che bisogna sentirlo e basta. Possibilmente in silenzio. Come si fa a entrare nei panni di un bambino che entra in una camera a gas? È impossibile. La stella gialla che portava sul cappotto questo ci diceva: ricordami. Ma sappi che non comprenderai cos’è stata la vita per me. Tieniti a distanza dalla mia storia, perché è inafferrabile.

Invece, la moltiplicazione del ricordo, l’inevitabile ritualismo che si porta con sé la puntuale commemorazione, hanno portato a quella memoria una pubblicità a doppio senso. Da una parte, certo, il rispetto. Dall’altra la banalizzazione e, senza soluzione di continuità, l’abuso. I simboli si sono svuotati, il ricordo è diventato cerimonia, la parola non può mancare e così, ogni anno, gli editori si sentono irresponsabili se non pescano l’ultimo sopravvissuto, le lettere rimaste nel cassetto, la storia ancora da raccontare. Un po’ come le strenne per Natale. Il cinema, idem. Scuole ed enti pubblici s’ingegnano per non ripetersi con i loro «eventi». L’evento, comunque, è indispensabile.

È inevitabile, tutto questo? Qualunque celebrazione ha per conseguenza la trasfigurazione della memoria, la sua metamorfosi in rito più o meno svuotato, non tanto di contenuti quanto di pathos? Difficile dare una risposta. Forse, l’unico antidoto è il silenzio. Quello che offre una pagina scritta, ad esempio. In Israele il giorno della Shoah cade in primavera: la rievocazione è un interminabile minuto di sirena che suona in tutto il paese. Un silenzio assordante. Tutti si fermano, tutto si ferma. È un momento tremendo e basta.

Come tremendo dev’essere, per chi è stato laggiù ed è ancora su questa terra, ritrovare i segni di quei ricordi e l’abuso che a volte se ne fa. Ma ancora una volta, come facciamo noi a immaginare cosa prova qualcuno che l’ha portata davvero, la stella gialla sul petto, vedendola brandire così? Dev’essere tremendamente doloroso, e anche tanto frustrante. La memoria, e quella che si celebra oggi più di ogni altra, non è mai innocua.

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6 risposte a Auschwitz l’antidoto è il silenzio” (Elena Loewenthal)

  1. mariella scrive:

    ciao
    giornata per non dimenticare,non dimenticare mai gli orrori che sono stati commessi .
    se è vero che guerre ce ne sono sempre state,che perseguitati ce ne sono sempre stati,che gli ebrei sono stati sempre oggetti di persecuzioni è anche vero che quello che i nazisti hanno fatto è di una ferocia tale che lascia senza parole.ho sempre pensato che chi ha agito così era già una persona malvagia che ha trovato nel nazismo un modo per poter esprimere il proprio sadismo.
    senza cervello è invece il pubblicitario di dubai che infatti è stato licenziato…….
    ieri sera ho visto che in tele c’era “a voce alta” non l’ho guadato perchè ho letto il libro,un romanzo che lascia molto perplessi………….
    buona giornata

  2. Raffaele scrive:

    @ Mariella
    Il film The Reader, a voce alta, tratta marginalmente la questione Olocausto, solo perché la protagonista era una guardiana in un campo di concentramento. A me era piaciuto, non tantissimo, il libro non l’ho letto…..
    Ciao e grazie

  3. Semplice1 scrive:

    Carissimo Raffaele, ti riporto il mio pensiero che ho messo su un altro blog sullo stesso tema.
    Tutti i morti ci pesano sulla coscienza, siano essi ebrei, palestinesi, iracheni, afgani, russi, polacchi, sudamericani, cingalesi, sudanesi…oltre tutti i miliardi di esseri umani che affamiamo con le politiche a senso unico del mondo occidentale. Tutti coloro che muoiono da innocenti hanno diritto al dolore altrui…non dimentichiamo che le azioni dei potenti non coincidono quasi mai con la volontà e il sentire di un popolo, i capi, cioè i registi dei massacri, quasi mai pagano in prima persona.
    Io non sono per le commemorazioni…sono per il fare.
    Lavoriamo oggi, con tutte le nostre forze per la libertà, per la dignità, il rispetto, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità, lo stato di diritto…di TUTTI gli uomini..lottiamo senza appello e senza sconti tutte le prepotenze, le guerre, l’ignoranza, lo strapotere, le violenze, le ingiustizie, le disuguaglianze, domani avremo meno tristezze da commemorare.
    Commemorare fine a se stesso solamente non serve, si riduce alla banalità, come S.Valentino o l’8 marzo, etc…la memoria va oliata tutti i giorni, annaffiata come i fiori.
    Un abbraccio dal cuore

  4. Raffaele scrive:

    Vorrei un mondo dove prevalessero I pensieri e le considerazioni che hai scritto tu. Vorrei un mondo che non pensasse solo al business, al profitto, alle cose materiali.
    Vorrei un mondo dove tutti potessimo considerarci figli di uno stesso Dio e quindi tutti uguali. Vorrei un mondo che non rimanesse a guardare i bambini che muoiono di fame. Vorrei un mondo che venisse rispettato da tutti in ogni sua forma, dalla natura agli animali. E quando mi guardo intorno, un dolore struggente mi stringe il cuore.
    Ciao

  5. Semplice1 scrive:

    Raffaele.. cominciamo a cambiare il tempo al verbo volere..non più condizionale ma indicativo presente, usiamo VOGLIO un mondo….
    Ciao carissimo

  6. Raffaele scrive:

    @Vera
    Hai proprio ragione, con il voglio anzichè vorrei, esprimiamo una pretesa (giusta) e non solo un desiderio (auspicabile).
    Magari sarà anche più efficace.
    Ciao, grazie

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