Fornero:”Il lavoro non è un diritto”

In una intervista al Wall Street Journal di ieri, il ministro Fornero dice:
“Gli atteggiamenti delle persone devono cambiare. Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio.”

Umano, potremmo aggiungere.

Non fingiamo di stupirci che alla Fornero non importi nulla della Costituzione sulla quale ha pure giurato (art.4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…”), non importava nulla nemmeno a quelli prima di lei e del suo governo che non sono stati messi lì dai cittadini italiani.
C’è in questa espressione tuttavia la conferma che il ministro Fornero in particolare e tutto il governo Monti in generale, ha un approccio alla propria missione quanto mai politico.
C’è una posizione ideologica ben precisa e una volontà restauratrice nella visione della Fornero che non ritiene il lavoro come qualcosa da tutelare e garantire in quanto bene primario di ciascun cittadino, che lo esercita per guadagnarsi da vivere, ma come proprietà dei padroni che lo concedono in gestione secondo il loro maggior profitto. Profitto garantito appunto dal “sacrificio” che ciascun lavoratore deve fare per rendersi economicamente vantaggioso rispetto ai suoi colleghi.

Il compromesso sociale su cui abbiamo costruito il paese era fondato su altro, voler modificare quel compromesso è tipicamente di parte, quella del padronato e dei poteri forti che in affanno per la crisi capitalistica vogliono accorciare il guinzaglio alle conquiste ottenute in decenni dal movimento operaio.
È di parte anche perché quell’idea del lavoro salva solo alcuni ma non pensa al bene complessivo (astrazione che piace tanto ai “tecnici”): stiamo già vedendo infatti che l’esito è quello di gettare il paese nella recessione.

Anche i modi sono tipicamente di parte: la proverbiale “protervia padronale” torna senza più alcun paravento populista di era berlusconiana. La risposta alla contestazione dell’INPS che ha smascherato l’errore marchiano sugli esodati è stata rabbiosa, ammonitoria. Nessuna ammissione ma contrattacco e richiamo al silenzio.
Il taglio delle pensioni a sua volta è stato netto, senza alcuna attenzione per la complessità della situazione, cancellando le eccezioni (che in questo caso sarebbero persone) come in un lavoro statistico.

Generando un disastro sociale che avrà ripercussioni incalcolabili ed insanabili sullo spread generazionale.

Si è tentato in ogni modo di tirarlo “di qua”, in Parlamento e fuori, per obbligare un esecutivo sostanzialmente concordato con la BCE e la Germania sulla base della famosa letterina di Draghi e Trichet a svolgere un compito imparziale o almeno equilibrato, eppure ad ogni svolta decisiva Monti e ancora di più i suoi ministri hanno indossato un abito quasi stereotipato: con cappello a cilindro, monocolo e sacchetto col dollaro stretto in mano.

Sarebbe tempo per coloro che ancora in politica sostengono di voler rappresentare i lavoratori, di rinunciare alle illusioni di rendere “accettabile” un simile governo, che sta inesorabilmente portando avanti un piano liberista parziale e retrogrado, e di riprendere a svolgere un compito che solo la sinistra ha abbandonato nel nome della “modernità”: rappresentare una parte della società!

La fa il disastrato centro-destra, lo fa la Lega, lo fa più e meglio di ogni altro il governo Monti: ma la parte del lavoro salariato, dei piccoli artigiani, dei finti autonomi, dei pensionati comuni e dei giovani avvitati nel precariato chi la rappresenta?
Chi aspira a rappresentarli, nella sinistra antiliberista, è diviso e per questo non ha la massa critica sufficiente. Il PD in parte vorrebbe fare lo stesso mestiere di Monti (Renzi, Fioroni, Veltroni, Ichino) in parte è sottomesso e inerte, paralizzato dai compromessi che mantengono in stato vegetativo quella sigla.
Di quale altra sveglia abbiamo bisogno? Il decadimento democratico di questo paese, passato dal dominio di Arcore al commissariamento di Monti, non è solo colpa di Berlusconi, è anche colpa di chi ha scordato che democrazia e diritti dei lavoratori sono due cose che si tengono a vicenda e che senza una forza propulsiva di questi ultimi, anche la prima è destinata a perire miseramente sotto l’arroganza del più forte.

 

Fonte : Alessandro Squizzato

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3 risposte a Fornero:”Il lavoro non è un diritto”

  1. espress451 scrive:

    E’ vero, Raffaele. C’è una chiara posizione ideologica nel lapsus freudiano della Fornero. Ma forse è ora di pensare che la fuga di certi cervelli avviene sul territorio nazionale.
    A presto, Ester.

  2. Gianluca Aiello scrive:

    Forse è arrivato il momento di guardare ai problemi del lavoro e dell’economia in generale senza visioni di parte: destra/sinistra, padroni/operai, imprenditori/sindacati.
    Forse è il caso di capire che da un lato c’è chi il lavoro lo deve creare, datore, e deve essere messo in condizione di farlo, dall’altro c’è chi il lavoro lo svolge e deve essere messo in condizione di non essere precario a vita.

  3. loretta scrive:

    se il lavoro non è più un diritto, allora, neanche le tasse, sono più un dovere! – concordo con Gianluca – la produttività urge, non è più possibile perdere il tempo politico in beghe e beghine di potere ora, bisogna tirare i remi sulla barca che già affonda, indipendentemente da correnti ideologiche differenti – ciao

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