Il cammino

Spesso ripenso a quel viaggio, a quei giorni.

Ma quanto è stato sfruttato e stravolto il termine viaggio? Sulla bocca di tutti, sempre, ormai una parola priva di significato.

Del vero significato, o di quello più semplice.

E’ necessario dare un’altra definizione al termine viaggio, ripristinarne il valore.

Per esempio ora, mentre cammino, quella parola trova la sua espressione più semplice e naturale.

Io, il luogo, le sensazioni: il viaggio.

Quanto è diversa, presa così, rispetto ai soliti e triti modi di vederla? Diametralmente opposta.

Una vacanza in uno stato estero era considerata un viaggio, quando in realtà vacanza e viaggio non avevano niente da spartire a livello di significato. Anche se talvolta potevano sovrapporsi.  Poi, da quando c’era stato Kerouac, il viaggio implicava una componente di vagabondaggio e di ricerca interiore.

E così, ora, il suo viaggio si esprimeva nella ripetitiva e ipnotica cadenza dei passi, del respiro, dello scorrere laterale delle cose.

Una catena di anelli connessi l’un l’altro che a mano a mano, con ritmo perfetto, scorreva. Dapprima si calò nell’armonia che percepiva e che era la sua guida, come la linea bianca disegnata sull’asfalto.

Poi di pensiero in pensiero, la progressione fondamentale del cuore e delle sensazioni.

Fino alle rivelazioni che giungevano come colpi di vento tra le fronde.

I pensieri crescevano, l’armonia cresceva, tutto si amplificava nell’ordine.

Egli capiva come ogni viaggio era diverso, in viaggio, l’attenzione era sempre dedicata al dove, al luogo, e tutto era in funzione del luogo.

Esso decideva il percorso influendo sulla mente, e per la stessa ragione pianificava il tempo. I tempi di vita erano sempre diversi, in viaggio.

Il luogo era al centro della mente, riempiendone ogni livello e imponendole di adattarsi a qualunque aspetto.

La vita stessa cambiava di obiettivi e di priorità, adattandoli al nuovo dove.

Egli era convinto che il rapporto tra luogo e mente fosse meravigliosamente stretto, e in viaggio diventava il più diretto possibile.

Il luogo determinava lo stato della mente, le sensazioni e, a un livello più profondo, la comprensione.

Era facile vedere l’effetto negativo di un luogo freddo e piovoso sul pensiero di chi lo visita. La mente, invece, elaborava il luogo reale rendendolo un’immagine interiore.

Il luogo cambiava a seconda del pensiero che lo percepisce in un modo piuttosto che un altro, cogliendone certi aspetti e non altri.

Così avveniva lo scambio reciproco.

Egli sapeva, nonostante non capisse bene perché, che molto di questo processo avveniva a viaggio finito piuttosto che durante.

Richiedeva una metabolizzazione dell’esperienza che conduceva a quello che tutti chiamavano arricchimento personale.

Forse perché durante il viaggio si era abitualmente presi dall’esigenza fisica di seguire i luoghi, un’esigenza di movimento che coinvolgeva anche la psiche, la quale conservava per dopo il compito di assimilare.

Solo nel caso di un luogo già conosciuto, come nel caso suo e di quella strada, poteva esserci un dialogo in tempo reale tra mente e luogo.

Questo rapporto non cessava mai, esisteva anche nel posto dove si vive tutti i giorni, o nel posto dove si è nati.

Era intenso e spontaneo eppure non veniva nemmeno sfiorato dalla maggioranza delle persone.

Ogni essere umano lo portava scritto nell’eredità interiore, doveva solo farlo emergere e allora lo avrebbe visto sempre, dappertutto.

Egli rifletté che per ridefinire quel semplice vocabolo si sarebbe dovuto stravolgere il cervello collettivo, facendo leva su istinti oggi repressi.

Viaggiare ed esplorare erano attività primitive e istintive che avevano condotto la razza umana a ciò che era oggi.

Egli camminava con i propri pensieri.

Si ricordò che era l’abitudine più vecchia del mondo.    

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