Tu di che razza sei ? umana o disumana ?

Accadde una volta che si trovarono a corto di angeli custodi lassù fra le nuvole azzurre. Il problema era grave, perché ad ognuno quando nasce, spetta di diritto un angelo custode.

Fecero così una riunione: angeli di prima classe e cherubini ed a ciascuno fu chiesto di portare una proposta per risolvere la questione che era urgente, perché un bambino sarebbe nato alle tre di quella notte sulla terra e si doveva provvedere.

Si radunarono i dodici supervisori della categoria davanti al commissariato generale della sezione Angeli Custodi e la seduta fu dichiarata aperta.

In verità le idee scarseggiavano. La più accreditata era quella di un piano di lavoro differenziato: cioè un angelo avrebbe dovuto dividere il suo compito fra il bimbo che già aveva in custodia e quello che sarebbe nato di lì a poco. Era senza dubbio una proposta ragionevole, ma lassù, fra le nuvole azzurre, c’è poco spazio per quanto è ragionevole.

Il commissario sospirò: a Lui non sarebbe andato bene. Con la coda dell’occhio vide un tremito d’ali alla sua destra. Le ali palpitavano, piume candide smosse da un respiro profondo. Guardò l’angelo cui quelle ali appartenevano e lo incoraggiò con lo sguardo.

Era un angelo giovane giovane e timido timido, perché era arrivato da poco; sapeva che quello che stava per dire poteva sembrare un’enormità, ma parlò ugualmente: «Se guardassimo nel recinto celeste?». Gli altri inorridirono: «Nel recinto celeste?».

Là stavano gli animali innocenti e fedeli che erano stati molto amati sulla terra e sulla terra erano ricordati e rimpianti nei cuori di quelli che li avevano amati. Ma non erano angeli custodi. Mai stati angeli custodi.

Eppure l’essere stati amati tanto… doveva pur significare qualche cosa.

«Si può provare» disse il commissario. Sorrise incoraggiante. «Si può fare una prova, per una volta… almeno finché non si trova un rimpiazzo più… regolare».

Il giovane angelo sorrise felice.

Andarono al recinto celeste. Lì stavano insieme gatti e cani e canarini e usignoli, c’erano anche cocorite e scimmie e cavalli. I mici facevano le fusa, i cani se ne andavano in giro muovendo festosamente le code, gli uccelli trillavano note d’argento.

«Quale?» chiese il commissario.

«Lui». Il giovane angelo arrossì: era stato troppo diretto, troppo rapido nella sua scelta. Ma il commissario generale sapeva tante cose, molte più di quanto gli altri sapevano.

Guardò il cane che placido era sdraiato accanto ad una gattina siamese vispa e grintosa. Era un grande cane da pastore con dolci occhi marroni dalla forma allungata, quasi a mandorla: mosse la coda e rizzò di scatto le orecchie a punta quando il giovane angelo si avvicinò al recinto. Si levò e con un unico balzo gli fu accanto, con la lunga lingua rosa gli lambì la mano.

«È stato un bravo cane.» disse l’angelo, ancora rosso in viso.

«Lo so», rispose il commissario, «Lo so». Aprì il cancello fatto di stelle ammiccanti e disse: «Così sia. C’è del lavoro da fare: vai Max».

E Max scodinzolò festoso, lasciando il recinto lassù nel cielo dipinto che sta come un soffitto altissimo sopra la terra degli uomini.

Alle tre di notte il piccolo Jeffrey nacque e rosso ed urlante fu portato nella nursery: un bel bambino di quattro chili, figlio di una giovane coppia che altri figli non avrebbe avuto.

Era proprio strano esser nati. Avrebbe voluto essere ancora nel nido caldo e sicuro che era stato la sua casa fino a quel momento. Ma era nato e la cosa, lo sapeva, era definitiva. La nascita è una faccenda definitiva che solo la morte può annullare. Lo sapeva d’istinto, perché ancora dentro di lui si mischiavano tutte le stelle del cielo e tutte le nuvole del paradiso e sapeva di più di quanto avrebbe imparato e saputo nel tempo a venire e vedeva cose che solo per poco ancora avrebbe visto, prima di fissare gli occhi sul mondo dove avrebbe vissuto.

Fu così che poté vedere il grande animale dal manto scuro, dal torace poderoso, seduto sulle zampe posteriori che lo fissava con grandi buoni dolci occhi lucenti. Si guardarono e il piccolo Jeffrey chiese:

«Chi sei?»

«Max».

«Che ci fai qui?»

«Devo farti compagnia, e badarti prima che arrivi il tuo angelo custode vero: io faccio da sostituto».

«Sono nato, vero?»

«Sì».

«E adesso?»

Max scosse il testone e lo chinò d’un lato come a dire: «Ho sentito bene?», perché quella era una domanda importante e perché capiva che doveva rispondere meglio che poteva. Così si mise giù, a terra, come un tempo gli era stato insegnato, si leccò delicatamente una zampa, annusò per un istante l’aria che sapeva un po’ di via lattea e cercò la memoria dei giorni della sua vita e trovò i ricordi e gli odori e le voci che tutta l’avevano animata.

«Adesso ti aspetta la vita: hai la vita davanti a te, da vivere».

«Racconta, dai…»

«Della vita?»

«Sì. Com’è?»

«Non è facile dirlo. Ma così, tanto per parlare, ecco ci sono odori buoni e odori cattivi, ci sono suoni belli ed altri brutti, ci sono corse per i prati e poi persone, sì ci sono le persone e tutte hanno un loro odore che le distingue, hanno tutte un odore diverso, perché sono diverse e possono esse buone o cattive, anche loro. La vita è fatta di tante cose, cose da fare, da gustare, da sentire… Bisogna viverla, la vita».

«Ti è piaciuta?»

«La vita? La mia vita? Sì, mi è piaciuta. Sono contento d’averla avuta. È stata una buona vita».

«Davvero?»

«Sì. Sai, ho sempre avuto chi mi dava da mangiare e mi ha curato quando mi sono rotto la zampa e mi ha tenuto al caldo, chi mi faceva una carezza e mi portava a spasso e tu fai pipì in mezzo all’erba di un parco che è tutto per te e odori i tronchi dei pini e strofini il muso in mezzo alla neve e poi senti che ti parlano e delle volte ti sgridano e delle volte ti coccolano, ma ti chiamano, questo è importante: sentire che per loro ci sei e ti pensano e ti comprano i crocchini al pollo e ti sentono il naso per vedere se è umido e non hai la febbre… Sì, vale la pena di vivere per avere questo».

«Io ho un po’ di paura, è come se venissi da così lontano… e chi mi dice che la mia sarà una bella vita?»

«Anch’io ero venuto da lontano e avevo una paura terribile quando mi portarono via e mi posarono su uno zerbino davanti ad una porta, poi la porta si aprì e mi presero su e mi diedero il primo pezzo di ciccia della mia vita: era buonissimo e mi diedero il latte e non ebbi paura, mai più e poi c’era il bambino, sai, io ero il suo cane, proprio il suo e lui mi portava a passeggio e mi teneva in camera sua e facevo colazione con lui anche quando lui era già grande e andavamo insieme per i boschi sulle tracce dei cinghiali… credo che fosse orgoglioso di me, credo che mi volesse un gran bene e io, beh io l’amavo e l’avrei difeso contro tutto. Volevo bene anche agli altri, che poi erano suo padre e sua madre, che mi sgridavano, la mamma spesso, ma io cercavo di fare come diceva e quando lavava per terra correvo sulla mia branda finché lei non mi chiamava: allora mi accarezzava e mi diceva bravo Max, e io ero contento che lei fosse contenta, ma non ho mai capito il perché di questo andare sulla mia branda».

«Allora è facile. Non c’è poi da aver tanta paura…»

«Non sottovalutarla, la vita. Capita d’aver paura. Io avevo paura dei tuoni, sai quando arriva un temporale e lo senti che è ancora lontano, ma sai che presto sarà sopra di te. Avevo paura dei tuoni: erano rumori cattivi. Mi dicevano, buono Max, non aver paura, e una volta la mamma s’è seduta per terra e mi ha tenuto stretto stretto perché tremavo e non riuscivo a smettere e mi parlava e mi accarezzava, ma tutto era inutile. Cercavo il mio angolo in cucina e mi mettevo più nascosto che potevo, così i tuoni non mi vedevano e poi finivano. Tutto finisce nella vita».

«Anche le cose belle?»

«Anche quelle, sì».

«È triste, non è giusto».

«Ma vedi, poi tutto ricomincia. Tu ricominci a correre e c’è l’arcobaleno e le persone tornano a casa e tu non sei più solo… Basta aver pazienza: ti sdrai davanti alla porta e aspetti che il tuo padrone ritorni. A volte devi aspettare molto, ma poi torna e allora tutto è perfetto».

«Io non sono un cane, Max. Dovrò aspettare lo stesso?»

«Credo di sì. Aspettare di crescere, aspettare i domani e gli altri domani che fanno la vita e goderti i momenti belli…»

«Ma se anche quelli finiscono…»

«Tutto finisce».

«Anche la vita».

«Anche la vita. Ma non finisce quello che provi, non finisce quello che sogni, queste sono cose che rimangono per sempre, sono come la parte di noi che viene lasciata in eredità a coloro che verranno, a coloro che restano. Vedi, tu inizi la tua strada adesso e diverrai un bambino, un ragazzo, un uomo, avrai pensieri e avrai sogni e quelli rimarranno come sospesi nell’aria, qualunque cosa ti accadrà, per riempire le vite di altri, di quelli che si sono stancati di pensare e di sognare, di quelli che vogliono continuare a pensarti e a ricordarti… Comunque il punto è che, anche se la vostra vita è diversa, più complicata di quella di noi animali, credo che quello che fa di una vita qualsiasi una buona vita, sia quella cosa che si sente dentro, che si muove dentro, che ti fa aspettare che il padrone ritorni a casa e quando ritorna, ti fa far le capriole. Sì, penso proprio che ci sia una specie di magia, anche se delle volte non è così facile, però ce l’hai dentro di te e basta lasciarla venir fuori. Credo che sia più facile per un cane, però».

«È perché noi siamo più complicati?»

«Credo di sì. La vostra vita è più complicata. Il mio padrone aveva sempre tante cose da fare… Tutti avevano tanto da fare: entravano, uscivano, c’era gente che suonava alla porta, suonava il telefono, e lavoravano che era buio e mai si decidevano ad andare a letto… , avevano poco tempo per giocare, a volte la mamma era triste e mi parlava quando eravamo soli in casa e io l’ascoltavo e parlava e piangeva… e mi dispiaceva per lei e lei mi accarezzava…, sì per voi è più complicato, ma ne vale la pena».

«Perché?»

«Quando sarai cresciuto, potrai avere un cane e potrai averne cura ed esserne fiero e gli potrai raccontare delle cose che fai e di quelle che farai e lui proverà per te quello che io ho provato per il mio padrone, stanne certo».

«E val la pena di vivere per un cane? Sei sicuro?»

Max si sentì ridere dentro, un gorgoglio forte salì su per la gola, e ripensò ancora per un momento indietro e rivide tutto e tutti: correva a perdifiato su per la collina dietro all’uomo che il ragazzino era diventato e si sdraiava a pancia in su per dimostrargli la sua fiducia: non era mai stato deluso.

«Avere un cane è solo l’inizio» rispose a Jeffrey.

«L’inizio della vita, vuoi dire? Vuoi dire che vivere è prendersi cura…, preoccuparsi…, temere…»

«È anche esser fedeli, coraggiosi, grintosi, affezionati… , è aver degli amici intorno che ridono con te, che parlano con te e ti ascoltano, è trovare e curare qualcuno che per te è unico al mondo, che per te, magari solo per te è eccezionale… : per me il mio ragazzo era straordinario, diverso da tutti e migliore di tutti… ma forse era solo che lui era mio ed io ero suo».

«Però deve essere una gran fatica…»

«Ne vale la pena, credimi».

«Di tutto questo? Perché mai?»

«Non lo so, so che è così, a me veniva naturale, era ovvio che doveva essere così e no, la cosa non mi spaventava, non m’impressionava: era il mio lavoro e poi c’era dell’altro… ma non posso spiegartelo, lo dovrai scoprire da solo: vedi questa è la gran differenza fra di noi: voi uomini questa cosa ve la dovete andar a cercare in fondo in fondo al cuore, per noi, a noi sta sulla punta della lingua, esplode in un abbaio frenetico, per voi è molto più complicato… Esser uomini è davvero difficile, a volte. Esser uomini e felici».

«Vuoi spaventarmi…»

«No, non aver paura. Non c’è da aver paura. A chi fa paura la vita? Basta trovare la magia, cercala, Jeffrey, cerca la magia…»

Jeffrey chiuse a pugno le manine fatte di fine porcellana rosa, fece una smorfia e prima che il vagito d’uomo prorompesse dalla piccola bocca sdentata, nel visino ancora arrossato per la fatica del nascere, rivolse lo sguardo, l’ultimo sguardo di riconoscimento, al suo angelo custode supplente. Poi urlò e Max seppe che Jeffrey non poteva vederlo più.

Ma lui era lì e lì sarebbe stato e ne avrebbe avuto cura, aspettando con pazienza che lo sostituissero e che gli fosse concesso di far ritorno al recinto celeste che adesso era la sua casa, dove l’angelo biondo che ora non lo mandava più sulla branda mentre lavava con polvere di seta le nuvole d’argento, aspettava di certo con pazienza infinita il suo ritorno.

E con amore.
Appoggiò il testone biondo con la lunga riga nera focata proprio nel mezzo, sulle zampe anteriori, socchiuse i dolci grandi occhi marroni dorati e sospirò, un sospiro grande come il suo cuore.

( Daniela Manzini Kuschnig : Un Angelo custode di nome Max )

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